Amici cari, ho grossi problemi con Internet. A presto, spero
Com’ero e come sono
Tu che hai visto strade rasate come aiuole
sassi sparati come dardi
mi dirotti in sentieri di campagna
dove la morte ha dimenticato di passare
mi strappi sorrisi, slanci d’allegria
come maschere dal calco
i mulinelli ch’erano giostre
in vicoli o cortili
hanno smesso di girare
e io cado come una foglia al fiume
senza sapere dove andrò a incagliarmi
ma dici che in me tutto è come prima
tu che mi sai com’ero e come sono
tu che mi sai dagli occhi al cuore
A rosso fisso
Avrei dovuto accodarmi a un sogno
percorrere l’aria ad ali spiegate
per non finire a testa bassa
voce ormai roca per inni alla vita
o essere fiore di stagione
che dà gloria a un davanzale scrostato
quel poco che può, poi scompare
E’ che sento il peso degli anni
non nelle ossa o alle giunture:
nel darla vinta alla ragione
Mi manca l’incoscienza
del viaggio in cinquecento
quando portai mia nonna al mare
la prima unica volta in settant’anni
con la riserva in rosso
a intermittenza, poi fisso
Per non pensarci cantavo i Beatles
lei in lacrimoni a ringraziarmi
Dove e quando
Ci si ritrova a volte come in un prato incolto
qualche fiore per sbaglio
il resto, sterpaglie e ortiche
il vuoto tra due stagioni
a cui non si può dare un senso
e ci scompensa solo l’idea che esista
Una spiaggia che neanche a conchiglie
era dato sostare
stravolta da mareggiate, alghe mollate a riva
Fortuna, accade di rado, ritrovarsi fra mura
simili a quelle lasciate
stessa tovaglia, stesse lenzuola al letto
ed essere tagliati fuori
Si è come un soldato
scampato ad una guerra
non sa chi ha vinto o perso
né se è stato un bene tornare
Tempi migliori
Ora ci peseranno sole e aria
per calcolarne l’aliquota
tasseranno anche l’amore
basta coi baci in strada
Solo dietro i portoni, o in casa
a serrande chiuse
dovremo rubare
acqua a fontane
fiori alle aiuole
ciliege dai rami, e mangiarle di fretta
con tutti i noccioli
E’ tempo delle piccole cose
quelle che stanno in un pugno
e non si stringe per paura di romperle
dei ricordi da nodo in gola
esentasse, basta non dichiararli
Così, in un covo del cuore
serbo una nostalgia che spesso riaffiora
io e mio padre al mercato rionale
per due etti di alici, una banana
e si aspettavano tempi migliori
Cose da poco
Potessimo sbarazzarci degli errori
come macchie di more da una veste
che solo mia madre potrebbe dirne
il male alla schiena, la rena al fiume
al posto del sapone
Sembrano cose da poco
parole, gesti mai concessi
perché annodati a spaghi di rancore
Sarebbero, invece, lampi di sole
a fine temporale
gli spiccioli per un tozzo di pane al mendicante
Basta guardarsi come dagli argini un torrente
massi nel greto, tronchi di traverso
ma si scavalcano, si recupera irruenza alle piogge
al disciogliersi di neve
Come i papaveri

Sai,
con il tempo, i dissapori vanno a sciogliersi
non pungono più come sassi nelle scarpe
quanti sermoni, ragguagli, paragoni
invece il miracolo l’ha fatto
quella buccia di banana, il ruzzolone sull’asfalto
Sei diventato un altro, adulto in due secondi
ed io ho smesso di sputarmi addosso
per non averti elargito mai ceffoni
troppe carezze, forse
Vorrei insegnarti almeno
ad addolcire il cuore, saziarlo di sorrisi
rivincite, emozioni
ma certe cose nascono quando e dove vogliono
come i papaveri
======================================
a mio figlio
Poi dormire
Di questo tempo, colgo
il fiore in boccio
il merlo che punta una frasca
all’imbrunire
l’angolo di specchio
con un pizzico di cielo
una terra
dove la pioggia rinverdisca
una foresta data a fiamme
il navigare in un catino
e il mio cullarmi, poi dormire
Ho nelle mani
mille anni di stanchezza
le linee dei palmi
sempre più inclini alla bugia
L’Aquila, aprile 2012
Ci saranno ancora finestre illuminate
panni stesi al mattino, secchi a sera
perché il vento lassù sbandierava lenzuoli
faceva gomitoli con foglie e piume colte al volo
Metterò fiori e fiori a lato del portone
quadri e specchi alle pareti
Ora chi mi ridà l’illusione
che a pochi mesi a ognuno una casa
chi mi ridà i primi passi
il primo segno di croce
e le piazze e le chiese, i cortili
decorati a neve
chi mi ridà la mia città com’era
Il peggio è ch’è tardi per sperare
presto per dimenticare
Polvere
Spaccarci gli zoccoli per un ciuffo d’erba
come pecore in transumanza
e lasciare gli occhi serigrafati
alle vetrine. Non c’è coerenza
Per una griffe
daremmo via altro che l’anima
eppure al primo vagito s’era nudi
Capita però che certe notti
vorremmo un pò di miele sulla lingua
nel pugno una manciata di mentine
qualcuno che ci mettesse a posto
il cuscino filato via dalla guancia
e al risveglio una favola qualunque
purché ci azzeri la paura, l’amarezza
da qui agli anni a venire
Capita che vorremmo recuperare
l’innocenza
il palloncino incastrato all’albero
raschiare il ruvido rimasto sulla pelle
la nostra stessa polvere